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L’intervista a Monica Amirante: “Prigione solo nei casi gravi: Nordio varchi quei cancelli per conoscere la brutalità”

L’intervista a Monica Amirante: “Prigione solo nei casi gravi: Nordio varchi quei cancelli per conoscere la brutalità”

Dal 25 maggio lei, Monica Amirante, è la nuova coordinatrice nazionale dei magistrati di sorveglianza, il Conams. Proprio le toghe che vivono a contatto con le carceri. E oggi non si può che partire dai 44 suicidi in cella, un record assoluto per l’Italia, e siamo solo a giugno…

“È molto sconfortante che questa situazione si protragga da sempre e sia stata segnata da alcuni passaggi legislativi di tipo emergenziale che possono risolvere solo temporaneamente i problemi. Ma come si dice nello splendido film Aria ferma di Leonardo Di Costanzo ‘il carcere piano piano lo riempiamo un altra volta’”.

Nel senso che un detenuto muore e viene subito rimpiazzato da un altro?

“Certo, perché in Italia non c’è mai stata una seria e complessiva riforma dell’esecuzione penale. La legge Cartabia sulle pene sostitutive ha lanciato un’inversione di rotta. Il carcere non può e non deve essere l’unica risposta. Serve per i casi gravi e non è difficile immaginare quali siano”.

Un detenuto si suicida. Tutti accusano il governo che non fa nulla. Pure il ministro Nordio è assai avaro di visite laddove si muore. Ma voi giudici che dovreste essere i primi a tutelare i diritti dei detenuti che fate?

“La verità è che la gravissima situazione delle carceri richiederebbe una nostra maggiore presenza. Ma soprattutto dalla sentenza Torreggiani del 2013, che ha condannato l’Italia a suon di miliardi per le condizioni disumane delle nostre prigioni, sono aumentate in modo esponenziale le ‘carte’ di cui proprio noi ci dobbiamo occupare”.

Di che “carte” parla?

“Le migliaia di fascicoli dei cosiddetti ‘liberi sospesi’, tutti quelli già condannati definitivamente con pene fino a 4 anni, ma che aspettano la nostra decisione per eseguirle. Per non parlare della conversione delle pene pecuniarie, lavoro burocratico più che giuridico, che però impegna moltissimo le cancellerie. Il problema purtroppo resta sempre quello dell’abnorme carenza di personale e di mezzi informatici”.

Scusi, ma in Italia quanti magistrati di sorveglianza ci sono?

“Siamo circa 230, un numero comunque insufficiente anche se il problema più grave è l’assoluta e costante carenza degli amministrativi. Insomma, è come se un direttore d’orchestra volesse dirigere senza i musicanti”.

Che succede se da un carcere riesce ad arrivare la segnalazione di un detenuto che potrebbe uccidersi? Voi che fate?

“Nei regolamenti di ogni prigione è prevista la presenza di un gruppo di esperti che segnala il rischio di un suicidio. Può scattare però una voglia di morte improvvisa. Ma il vero guaio sta nelle drammatiche condizioni delle carceri. Perché il sovraffollamento fa sparire la singola persona con i suoi diritti e rende assai difficile individuare tempestivamente i suoi bisogni”.

Il famoso ordinamento penitenziario del 1975 non prevede già una sorta di schedatura del detenuto in ingresso che dovrebbe segnalare un’eventuale fragilità?

“Quel meraviglioso libro, ancora in parte inattuato, parla proprio di trattamento individualizzato, teso a dare dignità a ogni singolo soggetto a prescindere dalle sue colpe, che nel caso di condanna definitiva non sono in discussione”.

Perché però il governo, dopo anni di suicidi, non fa nulla per prevenirli?

“Purtroppo il carcere è e resta un luogo pieno di bruttezza non necessaria, una sorta di fondo suppliziante. Le brutalità sono terribili e avvengono spesso tra gli stessi detenuti perché la logica del potere feroce impera nei piccoli spazi. Senza voler sottacere gli episodi di violenza che hanno visto coinvolti gli agenti della penitenziaria, non posso trascurare che molte sono persone straordinarie che riescono a risolvere alcune criticità con una sapienza maturata sul campo”.

A fronte dei 44 suicidi non è singolare che il sottosegretario Delmastro lanci il Gio, il gruppo speciale che dovrebbe intervenire in caso di sommosse. Nuovi picchiatori?

“Voglio sperare che non sia assolutamente così. L’aumento del personale è necessario sia per gli agenti che per gli educatori, purché si superi un concetto che ho sentito esprimere proprio dal sottosegretario in una visita al carcere di Salerno quando pensa che il benessere della penitenziaria sia svincolato da quello dei detenuti. Ma gli va dato atto che sta girando nelle carceri di tutt’Italia e ciò mi fa ben sperare perché se conosci davvero la vita in cella ti rendi conto che non puoi affrontare separatamente le possibili rivolte e la vivibilità quotidiana nelle patrie galere”.

Da quando è Guardasigilli, Nordio ha annunciato mille volte l’uso delle caserme, ma che novità ha visto promosse da lui?

“Purtroppo non ho ancora visto nulla di concreto. Anzi mi tocca segnalare che siamo stati esclusi perfino dall’assegnazione delle nuove figure, gli addetti all’ufficio del processo, inviate ovunque, ma negate ai nostri uffici perché si continua a pensare che la fase dell’esecuzione penale sia fuori dal processo. Eppure in tanti non fanno che insistere proprio sulla certezza della pena”.

Il Conams vede, oltre a lei come coordinatrice, ben altre sei magistrate al vertice. Possibile che Nordio non vi abbia ancora ricevuto?

“Già quand’era presidente Gianni Pavarin era stato chiesto un incontro formale con il ministro in ossequio a una consolidata consuetudine. Ma purtroppo finora non siamo stati convocati. Eppure i buoni interventi possono esserci se, come diceva Piero Calamandrei, ‘il carcere lo si conosce per davvero’”.



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Written by bourbiza mohamed

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