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Europee 2024, quanto (poco) spendono i politici sui social e quali sono quelli che spendono di più


Quanti post di politici o comunque candidati alle elezioni europee abbiamo visto nell’ultima settimana su Facebook o su Instagram? Quanti nell’ultimo mese? Quanti video di campagna elettorale su TikTok? Pochi o molto pochi, praticamente nessuno.

Non è solo una sensazione: è un fatto, come dimostreremo con i numeri in questa pagina. Non significa che i social abbiano perso il potere di influenzare o condizionare le opinioni delle persone, ma più probabilmente che sono stati spinti o hanno scelto di essere meno presenti nell’arena politica. Forse anche per evitare guai legali come accaduto in passato.

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Meta AD Library: le spese di 7 politici italiani negli ultimi 30 giorni

Elezioni europee, la spesa sui social in Italia

Intanto un po’ di numeri, che in parte abbiamo ricavato dall’ottimo e molto utile sito che Meta dedica alla trasparenza delle inserzioni pubblicitarie sulle sue piattaforme (cliccando sui vari nomi, permette anche di vedere i singoli post sponsorizzati) e in parte ci siamo fatti calcolare degli analisti di DeRev, società specializzata in comunicazione digitale.

Dall’aprile del 2019, l’AD Library della società di Zuckerberg riporta che nel nostro Paese sono stati spesi oltre 73 milioni di euro per un totale di oltre 1,1 milioni di ads su Facebook e (in misura minore) Instagram. Restringendo il campo agli ultimi 30 giorni, cioè all’intervallo compreso fra 21 aprile e 20 maggio di quest’anno, si vede che le pagine Facebook che hanno speso di più per le inserzioni, cioè per aumentare la visibilità di un post e farlo arrivare a più persone, sono state Unicef Italia (oltre 115mila euro), MSF (oltre 83mila euro), il Parlamento europeo (oltre 63mila euro), Save the Children (oltre 61mila euro) e Forza Italia (poco meno di 50mila euro). Nelle prime 20 posizioni, di partiti e nomi noti della politica ce ne sono pochi: il PD e Matteo Renzi (entrambi intorno ai 20-21mila euro) e Stefano Bonaccini, poco sopra i 19mila euro in un mese. Fratelli d’Italia sta appena oltre i 12mila euro e la Lega di Salvini nell’orbita degli 8000.

Scendendo nel dettaglio dei singoli candidati o comunque delle o dei leader più noti (il grafico si aggiorna in tempo reale) si vede come quello che ha speso di più nell’ultimo mese sia stato appunto Renzi, che al momento in cui scriviamo ha sfiorato i 21mila euro, seguito da Conte (poco meno di 9mila euro) e Calenda (poco oltre i 7mila); per gli altri, quelli che indubbiamente muovono percentuali più grandi di votanti, la spesa è ferma praticamente a zero (Meta non la rileva se è inferiore ai 100 euro). È difficile fare un confronto con le Europee 2019, perché la AD Library non permette di indicare un intervallo preciso di date, ma considerando che allora i partiti principali spesero su Facebook quasi 600mila euro in 3 mesi, cioè quasi 200mila al mese, e che oggi siamo intorno a quota 110mila, un’idea della flessione ce la si può fare.

Attenzione: il non spendere per gli ads non significa automaticamente non fare comunicazione politica sui social. Significa non spendere per gli ads, cioè non usare soldi per promuovere i post legati alla campagna elettorale. Che comunque ci possono essere e in effetti ci sono. Anche se sono molto pochi in rapporto al totale.

Chi ha speso di più su Meta negli ultimi 30 giorni in Italia

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I post di maggiore successo fatti dai politici italiani nell'ultimo mese

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Quanti post per ogni candidato

Questo ci porta all’altro dato interessante: quanta parte della comunicazione sui social dei principali politici italiani è dedicata alle Europee 2024? Sempre negli ultimi 30 giorni circa, i dati di DeRev, riferiti a Facebook, Twitter e (in misura minore) Instagram, dimostrano due cose: che di elezioni si parla tendenzialmente poco e che c’è una spaccatura significativa fra grandi e piccoli.

Fra il 25 aprile e il 20 maggio, Renzi ha dedicato il 61% dei suoi post non sponsorizzati al voto di giugno, Calenda ha toccato il 60% e Conte (che nemmeno è candidato) è arrivato al 56%. All’estremo opposto ci sono Salvini (solo il 22% dei post è sulle Europee), Schlein (21%), Tajani (20%, cioè appena 1 post ogni 5) e Meloni (appena il 17%, nonostante che la premier sia candidata).

L’immagine qui sopra conferma il trend: i post che meglio hanno funzionato sui social nell’ultimo mese hanno poco o nulla a che fare con Bruxelles, e quando ce l’hanno sono di Conte o di Renzi.

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I 3 motivi del cambio di approccio dei social

Come si vede, la sensazione è confermata dai numeri: c’è minore comunicazione politica sui social network, i partiti spendono meno per farla, i singoli politici ne fanno di meno. Resta da capire perché stia succedendo. Che cosa è cambiato rispetto alle Europee 2019? Che cosa è cambiato rispetto a quando Salvini inondava Facebook di post su qualsiasi cosa, a quando (per allargare lo sguardo oltreoceano) Obama conquistava la Casa Bianca anche grazie all’online o a quando Trump faceva campagna elettorale prevalentemente su Twitter? È cambiato il mondo, verrebbe da dire.

Iniziamo però da una cosa che non è cambiata: in Italia le elezioni europee contano poco, sono sempre contate poco e contano ancora meno adesso che le persone nemmeno vanno a votare per le Politiche. E dunque vengono travolte da tutto il resto: le Amministrative o le Regionali, le questioni di politica interna, le polemiche su redditometro, Superbonus, Ilaria Salis e tanti, tanti altri argomenti. Che per i vari leader contano evidentemente di più rispetto al Parlamento UE.

Il secondo motivo, e qui entriamo nelle cose che sono cambiate, è che i social sono diventati molto, molto più prudenti quanto alla comunicazione politica rispetto al passato: Meta la nasconde, a meno che l’utente non chieda esplicitamente di vederla, e TikTok addirittura la vieta, nel senso che la piattaforma non accetta la pubblicità politica a pagamento e che gli account appartenenti a politici o partiti politici (un terzo dei deputati del Parlamento europeo sono sul social di ByteDance) non possono generare profitti attraverso le dirette.

La terza e ultima ragione ha a che fare con il motivo per cui i social sono diventati (o sono stati fatti diventare) più prudenti: in parole semplici, perché non vogliono farsi sgridare, sanzionare, multare, portare in tribunale o davanti al Congresso americano. Rispetto al 2019 o al 2020, le regole sono cambiate e si sono fatte parecchio più severe: l’UE vigila attraverso il DSA (cos’è?) o l’AI Act, gli Stati Uniti fanno qualcosa di simile, le varie piattaforme ostacolano apertamente i contenuti generati con l’intelligenza artificiale o le fake news che potrebbero trarre in inganno gli elettori e sono parecchio più trasparenti rispetto alle procedure che portano a consigliare un post. Così da cercare di non essere tirate in ballo in caso di contestazioni elettorali, come accaduto spesso negli Stati Uniti.

Quanto a Trump, su Twitter è probabilmente in pausa: il suo account è lì, riattivato ma inattivo, non posta più dal 25 agosto 2023, ma ha ancora oltre 87 milioni di follower. E c’è da scommettere che tornerà a stimolarli man mano che si avvicina l’appuntamento con le urne.

@capoema

 





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Written by bourbiza mohamed

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