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Nel villaggio di Cuba dove i cinesi spiano gli americani


BEJUCAL – Tutti lo sanno, ma nessuno ne parla. Sembra la tacita consegna a cui hanno giurato obbedienza gli abitanti di Bejucal, villaggio a una trentina di chilometri da L’Avana, che rischia di diventare l’epicentro di una nuova crisi tipo quella dei missili nel 1962. “Cinesi? Mai visto cinesi qui. Tranne una famiglia che ci vive da decenni, ma di sicuro non spia”. Perché stavolta i protagonisti della sfida sarebbero loro, i servizi di intelligence della Repubblica popolare, che tra queste campagne hanno costruito una base per osservare e ascoltare gli Stati Uniti.

(Reuters) 

L’accordo tra Cina e Cuba

Il primo a scriverne è stato il Wall Street Journal, nel giugno scorso. La notizia era che Pechino aveva chiesto al governo cubano di ereditare una vecchia installazione militare ad un centinaio di miglia dalla Florida, per farne il suo centro di spionaggio nella regione. In cambio di “svariati miliardi di dollari”, necessari per il regime castrista come il pane quotidiano, che ormai la libreta del razionamento alimentare non riesce più a garantire ai suoi cittadini.

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La posizione americana

La reazione immediata del portavoce della Casa Bianca, John Kirby, era stata che “la notizia è inesatta”. Prevedibilmente, L’Avana aveva aggiunto che era “una menzogna”, mentre Pechino aveva reagito con l’abituale silenzio. Poi però la pressione politica interna, alimentata dai repubblicani trumpisti che non vedevano l’ora di accusare Biden di essersi fatto fregare da Xi, ha convinto l’amministrazione a cambiare linea.

(Reuters)

(Reuters) 

Il segretario di Stato Antony Blinken ha ammesso che i tentativi della Repubblica popolare di aprire una base di spionaggio a Cuba erano cominciati almeno nel 2019, con Donald alla Casa Bianca. Tanto è vero che ne avevano discusso durante il passaggio delle consegne, quando l’amministrazione repubblicana uscente aveva informato quella democratica entrante delle operazioni in corso. Blinken aveva aggiunto di aver usato la diplomazia per affrontare la questione, ossia niente armi o blocchi navali come nel 1962, e riteneva di aver ottenuto qualche successo nel frenare le attività di Pechino.

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Le parabole nella campagna

Viaggiare da L’Avana a Bejucal significa passeggiare nella Cuba rurale del mito castrista. Palme e piantagioni, dove un tempo i raccolti di zucchero costituivano il cuore dell’orgogliosa narrazione nazionalista, prima ancora che socialista. E ancora così è, almeno in apparenza. Bastano pochi chilometri dalla capitale, e in quel mondo si torna. Vegetazione prepotente in pieno controllo, distese verdi e casupole intonacate con vivaci colori tropicali, ma un po’ ammuffite dal clima e dall’incuria.

(afp)

In cima alla collina, però, sono chiaramente visibili le parabole di quello che non può essere altro, se non un centro di ascolto. La sicurezza intorno non è esattamente ferrea, forse perché nessuno vuole dare nell’occhio, ma Arnaldo ammette che “qui un’istallazione militare c’è da sempre, lo sanno tutti. Cosa ci facciano è un segreto e per entrare serve il permesso”. Cinesi però non ne ha mai visti, anche perché è improbabile che vengano in paese in libera uscita a farsi un mojito.

Il precedente dell’Urss

L’Urss aveva costruito una base spionistica a Lourdes, vicino L’Avana, nel 1962, all’epoca della crisi dei missili. Un affare, perché pagava appena 200 milioni di dollari all’anno di affitto, e secondo Raul Castro produceva il 75% delle informazioni militari rubate agli Usa. Putin l’aveva chiusa nel 2001, perché non serviva più e all’epoca fingeva di dialogare con Washington, ma secondo il giornale Kommersant l’aveva riaperta nel 2014, anno dell’invasione della Crimea, in cambio della cancellazione di 32 miliardi di dollari di debiti che L’Avana doveva a Mosca. La Cina paga di più, perché oggi i suoi mezzi sono incomparabilmente superiori a quelli della Russia, così come le sue ambizioni di sfidare l’America per diventare la nuova superpotenza revisionista dominante, a capo di una coalizione globale alternativa a quella occidentale.

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Cuba tra Russia e Cina

Fonti con conoscenza diretta dei fatti lasciano intendere che le cose stanno così, ma Washington ha deciso che non è questo il terreno su cui intende andare allo scontro con Pechino. Anche perché con i mezzi della tecnologia moderna, una base come Bejucal è obsoleta e non giustificherebbe un dramma tipo quello del 1962. Tutti danno per scontato che Cuba abbia una collaborazione intensa di intelligence con Cina e Russia, perché non ha alternative.

Obama aveva tentato l’apertura, ma i primi a non volerla erano stati i membri della vecchia guardia castrista, che la temevano come Cavallo di Troia in grado di minare il regime, vista la fame di libertà e sviluppo economico, oltre a quella reale di pane, che affligge la popolazione. Perciò, prima ancora che Trump andasse alla Casa Bianca per ripagare i cubano-americani della Florida col ritorno al passato, era stato il regime a frenare. Questa scelta oggi non lascia alternative all’abbraccio con Putin e Xi, ma con una differenza.

(reuters)

“Sia la Russia che la Cina – spiega a Repubblica la direttrice del sito 14ymedio Yoani Sánchez – usano Cuba come punta di lancia in America Latina, una punta politica e diplomatica contro gli Stati Uniti. Tuttavia, ci sono grandi differenze. Mentre la Cina ha una visione molto più pragmatica e orientata al business, per localizzare le proprie aziende in America Latina e altri Paesi capitalisti, la Russia ha un l’obiettivo assai chiaro di stringere tutte le alleanze possibili con Cuba, in primo luogo per infastidire Washington, e in secondo perché è un Paese isolato a causa dell’invasione dell’Ucraina, e ha bisogno di qualsiasi altro governo che voglia apparire accanto al Cremlino nella foto di famiglia”.

Fonti diplomatiche di Paesi non ostili a L’Avana notano che Pechino neanche investe nell’isola, perché quando lo fa vuole ritorni, che il regime non è in grado di assicurare. Quindi preferisce puntare su operazioni mirate come quella della base di Bejucal, che magari non servirà a molto, ma comunque fa parlare come un dito nell’occhio del rivale americano.



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Written by bourbiza mohamed

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