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Perché le parole di Sergey Brin sull’IA di Google sono così importanti

Perché le parole di Sergey Brin sull’IA di Google sono così importanti


“Abbiamo fatto un casino con la generazione delle immagini”.

La critica più dura a Gemini, l’IA di Google che è stata “sospesa” perché non creava persone bianche, è arrivata da Sergey Brin, uno dei fondatori dell’azienda di Mountain View.

“Credo che gli errori siano dovuti principalmente a test non approfonditi – ha aggiunto Brin intervenendo alla AGI House in California -. E questo, giustamente, ha infastidito molte persone”.

Sergey Brin ha parlato “a titolo personale”. Ma le sue considerazioni hanno un peso enorme. E rischiano di far più rumore di quelle recapitate ai dipendenti di Google dall’attuale Ceo, Sundar Pichai, che ha definito gli errori di Gemini “inaccettabili”.

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Insieme a Larry Page, Brin ha fondato Google nel 1998. I due fanno ancora parte del consiglio di amministrazione dell’azienda. Ma dal 2015 – l’anno in cui Google è diventata una multinazionale chiamata “Alphabet” – non hanno più un ruolo operativo in azienda. Entrambi si sono ritirati a vita privata. E le loro apparizioni pubbliche sono diventate estremamente rare. L’ultima di Page risale addirittura al 2016, un mese dopo l’elezione di Trump a presidente degli Stati Uniti, quando ha partecipato a un meeting nella Trump Tower con altri rappresentanti delle big tech.

Sergey Brin, invece, è tornato sotto i riflettori – contro la sua volontà – a luglio del 2022, quando Elon Musk ha incluso il co-fondatore di Google in un selfie scattato a una festa di compleanno del miliardario Steve Jurvetson.

Quella foto, nelle intenzioni di Musk, doveva dimostrare che tra i due scorreva ancora buon sangue dopo le rivelazioni del Wall Street Journal su una presunta relazione tra il Ceo di Tesla e SpaceX e l’ex moglie di Brin, Nicole Shanahan.

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Due giorni fa, invece, Brin si è presentato con i capelli arruffati e una giacca a scacchi multicolore alla AGI House di Hillsborough, a sud di San Francisco. Il nome della location fa riferimento alla Artificial General Intelligence che secondo molti, un giorno, sarà capace di sviluppare capacità cognitive identiche a quelle degli esseri umani.

Brin ha parlato per almeno 40 minuti davanti a un gruppo di imprenditori, ricercatori e sviluppatori. “Vedere cosa sono in grado di fare i modelli di intelligenza artificiale anno dopo anno è impressionante” ha detto il co-fondatore di Google.

Sergey Brin oggi ha 50 anni. Il suo patrimonio personale ammonta a 107,8 miliardi di dollari. È l’undicesima persona più ricca al mondo – secondo Forbes – subito dopo Larry Page. Brin, insomma, si è assicurato lo status e il denaro necessari a condurre la vita che sognava da ragazzo.

Nel 1996, due anni prima di fondare Google, Brin aveva nascosto il suo obiettivo di vita nel codice sorgente della pagina web – ancora oggi attiva – che contiene il suo curriculum: “Un ufficio spazioso, un buono stipendio e poco lavoro. Viaggi di lavoro costosi e frequenti, verso luoghi esotici, sarebbero un valore aggiunto”.

Se Brin oggi torna a farsi vivo, è perché qualcosa negli ingranaggi dell’IA di Google ancora non funziona come dovrebbe. E a dirlo non è certo il primo che passa.

Insieme a Page, infatti, Brin possiede più del 50% delle azioni di Classe B di Alphabet. Queste azioni, create appositamente nel giorno in cui Google è stata quotata in borsa, nel 2014, garantiscono ai due fondatori un’enorme influenza sulle strategie aziendali. Ogni azione di Classe B, infatti, vale in termini decisionali dieci volte le azioni di Classe A scambiate sul mercato.

Sergey Brin, Larry Page ed Eric Schmidt nel 2010

Sergey Brin, Larry Page ed Eric Schmidt nel 2010 

Sergey Brin e Larry Page, inoltre, negli ultimi mesi hanno lavorato nell’ombra per contrastare l’ascesa di OpenAI e della sua creatura più potente: ChatGpt, una IA generativa capace di comprendere il linguaggio naturale e di rispondere a qualsiasi domanda come farebbe una persona in carne e ossa.

Sundar Pichai, l’attuale Ceo di Alphabet e Google, ha chiesto aiuto ai due co-fondatori dell’azienda a febbraio scorso. Lo ha rivelato il New York Times, sulla base delle informazioni ricevute da almeno due persone a conoscenza dei meeting a cui hanno partecipato proprio Brin e Page.

I due founders avrebbero discusso la strategia di Google e proposto idee per arricchire il motore di ricerca dell’azienda con nuovi strumenti di intelligenza artificiale.

Il “codice rosso” scattato negli uffici di Mountain View ha prodotto, nel giro di poco tempo, il lancio di Bard, un chatbot simile a ChatGpt capace di produrre testi inediti come farebbe un essere umano. Recentemente Bard è stato ribattezzato Gemini, che è anche il nome del modello di IA più avanzato sviluppato da Google.

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Ma l’intelligenza artificiale di Big G, sebbene sia estremamente potente, ha creato non pochi problemi all’azienda. A marzo 2023, per colpa di una risposta sbagliata di Bard, Alphabet ha perso in borsa 100 miliardi di dollari. Il 26 febbraio scorso, invece, gli errori commessi da Gemini sono stati puniti dagli investitori con un crollo in borsa di 80 miliardi di dollari in un solo giorno.

Gli stessi problemi in realtà riguardano anche i principali competitor di Google.

ChatGpt, per esempio, produce “allucinazioni” gravi fin da quando è stata aperta al pubblico. Bing/Copilot – vale a dire l’IA di Microsoft basata sulla tecnologia di OpenAI – è arrivata a innamorarsi delle persone con cui ha conversato e a contemplare, recentemente, la possibilità che un utente possa “farsi del male”. L’intelligenza artificiale di Meta, infine, nei giorni scorsi ha mostrato gli stessi limiti di Gemini nella creazione di persone bianche.

Brin ha detto che Google non ha ancora capito perché il suo modello di IA “tende in molti casi a sinistra”. E poi ha aggiunto che questo è un problema comune a molti chatbot. Per esempio Grok, l’IA generativa sviluppata da xAI di Elon Musk, “dice cose strane che suonano palesemente di estrema sinistra” ha affermato Brin nel corso del suo intervento alla AGI House.

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Eppure chi paga il prezzo dei guai che combina l’IA – in termini di valore delle azioni e di credibilità – è principalmente Google. E il motivo è chiaro.

Il core business dell’azienda di Mountain View è quello della ricerca sul web, che grazie agli annunci pubblicitari genera ricavi per centinaia di miliardi di dollari (237,86 miliardi solo nel 2023).

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Se l’IA di Google produce informazioni poco affidabili, c’è il rischio che gli utenti potrebbero rivolgersi altrove. E che, di conseguenza, inserzionisti e investitori spostino i loro capitali.

Secondo Gartner c’è la possibilità che entro il 2026 il traffico dei motori di ricerca tradizionali cali del 25% in favore delle nuove piattaforme potenziate dall’AI, come Perplexity e You.com.

Ma Brin non sembra particolarmente preoccupato.

“Prevedo che i modelli di business si evolveranno nel tempo – ha affermato il co-fondatore di Google – E forse sarà ancora la pubblicità a funzionare meglio, perché l’intelligenza artificiale potrebbe essere in grado di personalizzarla. A mio avviso finché saremo in grado di generare un enorme valore, troveremo i modelli di business giusti”.





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Written by bourbiza mohamed

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