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Dalle auto all’acciaio, a Davos l’Europa in pressing sulla Cina: “Bilanciare l’export”


Davos — In un momento in cui i rapporti tra Stati Uniti e Cina appaiono più distesi, onda lunga del cordiale incontro tra Biden e Xi Jinping dello scorso novembre, è l’Europa che prova a mostrarsi più dura con Pechino. E lo fa su un tema decisivo come quello della competizione industriale e commerciale. «Dobbiamo passare all’azione per ribilanciare i nostri scambi e evitare politiche distorsive, le aziende europee meritano di giocare a parità di condizioni», ha scritto la presidente della Commissione Ursula von der Leyen dopo aver incontrato il premier cinese Li Qiang, uno dei tanti faccia a faccia tra leader nella frenetica giornata di Davos. Incontro definito cordiale, pieno di sorrisi, ma in cui resta la distanza nel merito e nei fatti, ora che l’Europa ha lanciato un’inchiesta sui sussidi concessi dalla Cina ai suoi produttori di auto elettriche, sempre più esportate sul mercato comunitario.

L’Indagine Ue

Se l’indagine porterà l’Europa ad applicare dei dazi, come quelli già imposti sull’acciaio cinese, è ancora presto per dirlo. Ma l’obiettivo di Bruxelles è sfruttare un evidente momento di debolezza della Cina, alle prese con una crescita balbettante di cui l’export resta un motore fondamentale. Quasi tutti gli osservatori attribuiscono proprio a queste difficoltà il cambio di attitudine, molto più dialogante, mostrato da Pechino negli ultimi mesi e confermato anche dai toni del premier Li Qiang a Davos. Sul palco da cui Xi Jinping difese la globalizzazione dalle picconate di Trump, era il 2017, l’attuale numero due della gerarchia comunista ha criticato le politiche che “discriminano” le filiere industriali, un riferimento ai divieti di esportazioni introdotti dagli Stati Uniti sulle tecnologie chiave. Ma soprattutto si è sforzato di proiettare l’immagine di un Paese che si è lasciato il peggio alle spalle e resta aperto al business e agli investimenti: «La Cina ha solide fondamenta, può gestire alti e bassi nella sua crescita ma il suo trend di crescita nel lungo periodo non cambierà». La crescita nel 2023 è stata del 5,2%, ha aggiunto Li, un dato che finora non era stato reso noto: «Il mercato cinese è un’opportunità, non un rischio»

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Il “long covid” dell’economia cinese

L’impressione è che questo non basti a invertire una percezione di investitori e mondo economico negli ultimi anni mai così negativa sulle prospettive della Repubblica Popolare. «Il rallentamento che stiamo vedendo è un long Covid, effetto del crescente ed arbitrario controllo esercitato da Xi Jinping e dal Partito sull’economia», dice l’economista Adam Posen, presidente del think tank americano Piie. «E considerate le priorità di sicurezza e stabilità è poco probabile immaginare un’inversione di tendenza che convinca i cittadini che quel controllo non verrà esercitato in modo arbitrario». Lo stesso scetticismo che si respira in Europa sulla possibilità che la Cina giochi un ruolo nella risoluzione delle grandi crisi internazionali. Sul palco Li ha presentato un piano per curare “la mancanza di fiducia” globale, il tema di questa edizione del Forum di Davos, vago come quello con cui Pechino mesi fa si propose come mediatore di una pace tra Russia e Ucraina. La Cina ha molto più da guadagnare stando alla finestra e cavalcando i mal di pancia del Sud Globale per dei conflitti in cui l’80% del mondo è neutrale, o non schierato con le democrazie occidentali.

E la distanza con le prospettive dell’Europa è stata evidente nelle parole di Von der Leyen, che ha citato la parola “democrazia” per nove volte e “libertà” altre sei. «Il mondo affronta i rischi più grandi per l’ordine globale dalla fine della Seconda guerra modniale», ha detto la presidente della Commissione, aggiungendo che «la libertà economica dipende dalla libertà dei nostri sistemi politici». Messaggio con tanti destinatari: il mondo degli affari di Davos, la Russia, la Cina.



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Written by bourbiza mohamed

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