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WeWork e la fine dell’ufficio (condiviso o no)

Anni fa in un celebre discorso Steve Jobs disse che “la morte è la migliore invenzione della vita”, ovvero il più potente agente di cambiamento perché quando qualcuno – o qualcosa – muore, apre la strada al futuro. Quelle parole mi sono tornate in mente leggendo della fine di WeWork: WeWork è stata una delle più celebrate startup del decennio passato, era arrivata a valere quasi 50 miliardi di dollari. E qualche giorno fa ha avviato la procedura per il fallimento. Quasi tutti i giornali italiani oggi parlano di bancarotta, perché traducono letteralmente, e male, dall’inglese; ma in Italia una bancarotta si ha quando una società fallisce perché chi la amministra si è rubato i soldi; mentre il fallimento è l’attestazione che non ci sono più i soldi per per andare avanti perché i costi hanno superato sistematicamente le entrate e il patrimonio si è dissolto. Lo dico meglio: le società falliscono perché il mondo cambia e quella che sembrava una idea vincente è diventata obsoleta. Nel caso di WeWork l’idea era il coworking, il fatto di affittare una scrivania in un posto bello dove incontrare altre persone brillanti che avrebbero potuto far crescere le tue idee. L’ufficio condiviso era più di una scrivania in affitto, era una filosofia di vita che ha avuto moltissimo successo per un po’. Ma in seguito alla pandemia è l’idea stessa di ufficio ad essere entrata in crisi: per molti lavori lo smart working è diventato la regola. I vantaggi della flessibilità di lavorare da dove vogliamo – e quando vogliamo – superano il disagio per la mancanza di contatti umani quotidiani. Questa cosa per esempio non è accaduta con gli eventi: durante la pandemia gli eventi erano tutti online e si pensava che anche i festival si sarebbero fatti con gli avatar. Ma non è stato così. Andiamo ai festival e alle fiere ancora più di prima, ma abbiamo deciso di rinunciare, quando possibile, all’ufficio, condiviso o no.



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Written by bourbiza mohamed

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