in

Usa, Trump arrestato in Georgia: “Una parodia della giustizia”. Scattata all’ex presidente foto segnaletica, è la prima volta nella storia che accade

Usa, Trump arrestato in Georgia: “Una parodia della giustizia”. Scattata all’ex presidente foto segnaletica, è la prima volta nella storia che accade


Atlanta – «È un giorno molto triste per l’America, non sarebbe mai dovuto accadere», ha detto il detenuto P01135809, già noto come l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Quindi ha aggiunto: «Quella che è avvenuta è stata una parodia della giustizia. Io non ho fatto nulla di sbagliato, mentre loro stanno interferendo con le elezioni. Noi abbiamo tutto il diritto di contestare un’elezione che pensiamo sia disonesta».

Così si è concluso ieri ad Atlanta il quarto arresto di Trump, diventato il primo capo della Casa Bianca a passare alla storia con una foto segnaletica da carcerato infuriato. Si è concluso con l’ennesima bugia, perché è vero che ogni cittadino americano ha tutto il diritto di contestare un’elezione che ritiene disonesta, ma lo strumento per farlo è la magistratura. E nel suo caso sono state oltre sessanta le cause presentate per mettere in discussione la vittoria di Joe Biden nelle presidenziali del 2020, e sono state tutte bocciate, anche da giudici amici nominati da Donald. Però invece di accettare le sentenze, lui ha continuato e continua a ripetere la menzogna del voto rubato, che il 6 gennaio del 2021 aveva portato all’assalto del Congresso con morti. Ma se c’era qualcuno che aveva cercato di rubare le elezioni era stato proprio lui, in Georgia, chiedendo al segretario di Stato repubblicano Brad Raffensperger di trovargli da qualche parte gli 11.780 voti di cui aveva bisogno per scavalcare Biden. E ora dovrà risponderne in tribunale, perché almeno fino a quando gli Stati Uniti resteranno una democrazia, nessuno potrà porsi al di sopra della legge.

Eppure c’è ancora chi ci crede, alla grande bugia spacciata da Donald al solo scopo di fare il proprio interesse personale. Jack Benton dice di essere un camionista, venuto apposta dal Tennessee per protestare contro l’arresto di Donald Trump: «Non me ne frega niente di quante donne ha palpeggiato. Io voglio benzina e cibo a prezzi bassi, sicurezza, e un presidente capace di impedire a Cina e Russia di soggiogare l’America». In realtà le molestie alle donne non c’entrano con l’incriminazione decisa dalla procuratrice Fani Willis, che vorrebbe processare l’ex presidente a partire dal 23 ottobre per il complotto ordito allo scopo di rovesciare il risultato delle presidenziali in Georgia, vinte da Joe Biden nel 2020. A Jack però non interessa lo stesso: «Tanto sono tutti criminali: Biden, Hillary, Obama. Dovrebbero stare in prigione. Trump non sarà il più furbo e magari avrebbe fatto meglio ad evitare la telefonata con cui chiedeva di trovare i voti per vincere. A me però non importa. I suoi reati impallidiscono davanti a quelli degli avversari. Se non fosse candidato alla Casa Bianca, nessuno lo avrebbe incriminato. Mi interessa invece quello che ha fatto da presidente e che promette di fare adesso, per salvare l’America dal collasso provocato da Biden».

(reuters)

Fare un giro alla Fulton County Jail di Atlanta, la malfamata prigione al numero 901 di Rice St NW dove è avvenuto il procedimento legale, aiuta a capire quanto fosse alta la posta il gioco per il quarto arresto di Trump, avvenuto ieri alle 7,35 di sera con tanto di foto segnaletica e rilascio in 20 minuti sotto cauzione da 200.000 dollari. Perché nelle strade percorse dal corteo dell’ex presidente e presidiate dai poliziotti, c’erano tutta la passione e l’odio di cui lui ha parlato nell’intervista di mercoledì con l’ex anchorman di Fox News Tucker Carlson, aggiungendo di non sapere se l’America sia avviata verso un’altra guerra civile: «C’è una cattiva combinazione di sentimenti». Donald però trascura che l’ha creata lui, o quanto meno ci ha soffiato sopra come i piromani col fuoco, perché il caos ormai è l’unica via d’uscita dai guai giudiziari in cui si è cacciato.

L’arresto era stato preceduto dal dibattito di mercoledì a Milwaukee, dove gli “otto nani” repubblicani che sognano di sfilargli la nomination del Gop per le presidenziali del prossimo anno si sono inutilmente agitati per attirare l’attenzione della base. Il governatore della Florida Ron DeSantis, l’ex vice Mike Pence, gli ex governatori di New Jersey e Arkansas Chris Christie e Asa Hutchinson, l’ex ambasciatrice all’Onu Nikki Haley, il senatore Tim Scott, il governatore del North Dakota Doug Burgum, e l’imprenditore Vivek Ramaswamy che li ha battuti tutti, hanno dimostrato di non avere le idee o il carisma per scalfire l’enorme vantaggio accumulato da Trump nei sondaggi, in parte grazie alle incriminazioni. Anzi, hanno litigato su economia, aborto, aiuti all’Ucraina, che almeno DeSantis e Ramaswamy vorrebbero interrompere, dimostrando quanto sarà difficile coalizzare l’opposizione su un solo candidato in grado di raccogliere tutti i voti dei repubblicani contrari a Donald, ammesso che ne esistano abbastanza per fermarlo. Anche perché se tutti temono di criticarlo e si allineano, perché mai gli elettori dovrebbero preferire le copie all’originale? Solo due, Christie e Hutchinson, hanno avuto il coraggio di dire che non appoggerebbero Trump come candidato del Gop se fosse condannato, perché qualunque cosa si pensi dei 91 capi d’accusa contestati all’ex presidente nelle quattro incriminazioni, il suo comportamento non è stato all’altezza della carica: voleva violare la Costituzione per i propri interessi politici, invece di proteggerla e difenderla come si era impegnato col giuramento. Ma se neppure i suoi presunti avversari hanno il coraggio di sollevare queste obiezioni, che motivo c’è per tenere le primarie?

Rientrato a casa nel New Jersey, Donald è anche tornato sul social X, abbandonato quando si chiamava ancora Twitter. Ci ha pubblicato su la foto segnaletica, con la scritta «mai arrendersi».

In realtà però teme l’incriminazione di Willis, che ha insultato prima di volare ad Atlanta definendola una «carogna», ed è stata messa sotto inchiesta dai suoi alleati alla Camera. Lo dimostra il fatto che proprio ieri ha cambiato avvocato, scegliendo l’accanito penalista Steve Sadow al posto del più mansueto Drew Findling. E subito si è opposto al processo accelerato del 23 ottobre, chiesto da uno degli altri 18 coimputati. Nel frattempo ha anche trasferito al figlio Don junior la proprietà di Mar a Lago, forse perché teme di poterla perdere. Poco prima che si consegnasse era stato arrestato il suo ex capo di gabinetto Mark Meadows, che secondo i maligni sta cooperando con i procuratori per evitare il carcere. Un motivo in più per temere Willis.

L’incriminazione di New York per i soldi alla pornostar Stormy Daniel è la più pruriginosa, quelle federali di Jack Smith per i documenti segreti trafugati a Mar a Lago e l’assalto al Congresso sono le più clamorose e penalmente rilevanti, ma Atlanta forse è la più insidiosa. Perché è provata dalla chiamata con cui chiedeva al segretario di Stato Brad Raffensperger di trovargli gli 11.780 voti per scavalcare Biden, e si basa sulle leggi statali. Perciò in caso di condanna non potrebbe auto perdonarsi, anche se tornasse alla Casa Bianca. Il vero test, ormai, per la sopravvivenza della democrazia più antica del mondo moderno.



Leggi di più su repubblica.it

Written by bourbiza mohamed

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Previsioni meteo, in arrivo il ciclone Poppea con grandine e nubifragi

Previsioni meteo, in arrivo il ciclone Poppea con grandine e nubifragi

Teatro dei burattini a Bagnarola per tutte le famiglie

Teatro dei burattini a Bagnarola per tutte le famiglie