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«Io mi sono salvato grazie alle 10 mascherine mandatemi dalla Bosnia»- Corriere.it


di Matteo Trebeschi

Angelo Rossi, medico di base a Leno: «La settimana del 24 febbraio visitai il primo paziente che saturava male. Non c’erano protezioni né linee guida per agire. E i primi giorni morirono due colleghi, Gino Fasoli e Massimo Bosio»

«Se mi sono salvato, è per merito delle 10 mascherine che mio cognato mi aveva inviato dalla Bosnia». Le FFP2 all’epoca erano introvabili: siamo agli inizi della pandemia, il febbraio del 2020. «Me la ricordo bene la caccia ai Dispositivi di protezione individuale. Erano così pochi — racconta Angelo Rossi, medico di famiglia a Leno e segretario provinciale della Fimmg — che la sera ti mettevi a sterilizzare le mascherine o le passavi sotto i raggi ultravioletti». Qualcuno era riuscito fortunosamente a trovarle in ferramenta. Oppure, se si era fortunati, su Amazon. E questo sempre che «la Protezione civile non bloccasse il prodotto alla frontiera».

Il 23 febbraio viene istituita la zona rossa a Codogno, ma il virus si è già diffuso ben oltre il Lodigiano: Cremona, Brescia, Bergamo, nessuna provincia è indenne. È infatti la settimana del 24 febbraio che Rossi visita il suo primo mutuato con sintomi Covid. «Saturava male. La febbre non calava ed era affetto da anni da bronchite cronica ostruttiva». Un signore di casa a Leno, che passava alcuni pomeriggi al Centro anziani gestito da una cooperativa, la stessa nella quale lavorava un 51enne di Pontevico che fu poi il primo ricoverato Covid nel Bresciano. Ma per gli anziani era diverso: loro sono per natura più fragili. E tanti, tra chi vive in comunità o frequenta bar, si infettano di Sars-CoV-2. «All’inizio la gente continuava ad andare al mercato. Non si aveva contezza della gravità» ricorda Rossi. Ci vollero due settimane perché tutti prendessero consapevolezza della situazione. «Il numero dei contagi era molto più alto del solito. Nel nostro studio anche due colleghe si erano ammalate di polmonite». Ci si trova così a fare in quattro il lavoro di sei medici, ma si capisce che è meglio non far più entrare in sala d’attesa i pazienti sintomatici. «Bisognava limitare il contagio». I mutuati però non scompaiono: le telefonate crescono tutti i giorni. E il ricorso a WhatsApp si moltiplica, specie per le ricette. Visitare i pazienti è un’attività che deve continuare. Solo che farlo senza un numero sufficiente di mascherine è pericoloso. E, non a caso, già nelle prime settimane di pandemia si contano due croci

tra i camici bianchi: verso fine marzo muore di Covid Gino Fasoli e poi, il primo aprile, anche un altro medico di famiglia molto apprezzato, Massimo Bosio, che lavorava a Pompiano e Corzano da 40 anni. Rossi li conosceva bene entrambi. «Fasoli era una persona molto buona — ricorda —. Un professionista da poco in pensione, che si sentì in dovere di rientrare in servizio».

Per settimane la scarsità di mascherine non trova soluzione. Tutti i camici bianchi chiamano Ats, ma la verità è che «non c’erano scorte perché non esisteva un piano pandemico. O se c’era, era solo sulla carta». Situazione identifica in Germania e nel resto d’Europa. Quei pochi Dpi «la Protezione civile li teneva per sé o li destinava agli ospedali», nell’erronea convinzione che solo le strutture cliniche potessero fare qualcosa per il paziente. «Solo dopo si capirà che l’ospedale divenne anche un luogo di diffusione del virus». Ma è evidente che non tutti possono essere curati in ospedale. A scarseggiare, in quel tempo, erano anche i tamponi. E senza test diventa impossibile fare diagnosi di Covid: «Chissà quanti sono morti a casa, nelle prime settimane, senza sapere di essere infetti». Già, perché erano quelli con sintomi blandi le persone che si sarebbe dovuto testare con priorità, così da limitare il contagio. E tuttavia l’indicazione all’epoca era un’altra. «Come categoria ci siamo trovati a lavorare a mani nude, senza Dpi o tamponi. Ma mancavano anche le linee guida — ricorda Rossi —, essendo il Sars-Cov-2 una malattia nuova». Solo dopo le prime autopsie si scoprirà che le persone morivano di embolia polmonare. Il cortisone stesso all’inizio era stato vietato: più tardi si comprenderà che era utile, ma — attenzione — solo se impiegato nella prima fase infiammatoria. Le indicazioni nascevano dallo studio e dalla cura dei primi casi clinici. Ed è da queste evidenze che si scopre che i farmaci antinfiammatori possono migliorare il decorso della malattia. Oggi lo sappiamo, all’epoca era tutto in evoluzione».

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21 febbraio 2023 (modifica il 21 febbraio 2023 | 02:20)



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Written by bourbiza mohamed

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