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il grido d’allarme dei medici di base- Corriere.it

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di Fabio Paravisi

I racconti dei dottori a tre anni dall’esplosione del Covid: «Bisogna investire sul territorio»

Centocinquanta di loro hanno contratto il Covid, in genere proprio nei giorni del febbraio 2020 in cui all’ospedale di Alzano venivano scoperti i primi pazienti. E nove dei 31 dottori bergamaschi morti per il virus erano medici di base. Oggi i loro colleghi hanno gli identici problemi di quando ancora non sapevano che bufera si stesse per abbattere (anche) su di loro.

«Stiamo vivendo le stesse enormi difficoltà per la carenza di medici di cui parlavo prima della pandemia: serve una presa di coscienza della politica — conferma Mirko Tassinari, con studio a Bergamo e segretario della Federazione dei medici di base —. Noi abbiamo capito che da soli non si va da nessuna parte e abbiamo compreso come fare rete, in quel periodo sostituivamo i colleghi malati. Qualcuno diceva che la medicina territoriale era inutile, abbiamo imparato che invece è il perno della salute, se crolla questo crolla tutto. Ma non tutti lo hanno capito, e non si può andare avanti con le poche risorse che ci sono: bisogna crederci e investirci. Le liste d’attesa sono sempre più lunghe e per molto tempo è stato usato il Covid come scusa».

«Hanno capito che dovevano potenziare, quello sì, solo che poi non lo hanno fatto», dice secca Dipendu Angel, che lavora alla guardia medica di Villa d’Almè.

Ogni medico ha il suo ricordo sui primi giorni della pandemia, lo stesso Tassinari racconta della corsa per trovare nove mascherine a 160 euro: «Nei primi trenta giorni ho avuto 200 pazienti col Covid, ne ho persi sei senza fare in tempo a vederli». C’è qualche suo giovane collega che conosce solo questa situazione: «Ho cominciato a lavorare poco prima della pandemia e comincio adesso a respirare e a lavorare in modo normale: da allora non vedo grandi miglioramenti — dice Arianna Alberghetti, studio in città —. Diciamo che potrebbero fare di più. La popolazione ha capito la nostra importanza, ma poi resta il fatto che siamo in pochi, c’è difficoltà ad avere nuovi medici, servono più mezzi e meno burocrazia».

I più pessimisti sembrano quelli all’estremità opposta della professione. Come Vincenzo De Rosa, da poco in pensione dopo 40 anni a Mornico, e che nel marzo 2020 è stato ricoverato venti giorni a Seriate: «Si è detto per dieci anni che c’erano carenze e sovraccarico di lavoro ma nessuno ha fatto niente prima della pandemia e nemmeno dopo. Quelli che restano sono sovraccarichi e i giovani hanno poca esperienza». Ha ancora solo cinque giorni lavorativi Pietro Poidomani, quarant’anni a Cividate, che ha contratto il virus due volte, la prima a febbraio 202o perdendo in quel periodo una dozzina di pazienti. Ed è ancora più pessimista: «Il lupo perde il pelo ma non il vizio, volevano distruggere la medicina di territorio e si sta continuando in quella direzione. Fanno le Case di comunità, ma bisogna investire in materia grigia e non in cemento. Di questo passo il medico di base, che era l’unica sentinella sul territorio, non ci sarà più».

Ivan Carrara ha uno studio a Sotto il Monte con tre colleghi: hanno contratto il Covid tutti insieme nel marzo 2020: «Di quei giorni ricordo la sensazione di solitudine, il telefono che suonava in continuazione e 200 pazienti con il virus in forma grave». Anche lui è scettico sulle lezioni apprese: «Nei pazienti credo che la fiducia noi nostri confronti sia aumentata. Ma chi deve prendere le decisioni, a parole ha sempre ribadito il nostro ruolo e l’importanza di un presidio territoriale funzionante, mentre poi manca il passaggio ai fatti quando ci sarebbe bisogno di fare investimenti per nuovi medici e personale. Stiamo ancora attendendo che vengano prese la decisioni giuste».

Tullia Mastropietro ha sei ambulatori in Val Brembana e ha vissuto male quella primavera del 2020: «Ho avuto il virus, ma non sono stata ricoverata perché in ospedale non c’era posto. Sembrava la scena di un film, pensavo: moriremo tutti». Ma ora sembra ottimista: «La lezione della pandemia è stata appresa a metà. Da noi medici sicuramente perché siamo partiti da lì per creare le reti territoriali. Per quanto riguarda invece chi deve gestire la situazione diciamo che è stata appresa solo in parte e credo che serva ancora del tempo per intervenire».

22 febbraio 2023 (modifica il 22 febbraio 2023 | 06:29)



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Written by bourbiza mohamed

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