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Marmolada, la perizia: crepacci e infiltrazioni, ecco che cosa provocò il crollo del ghiacciaio

Marmolada, la perizia: crepacci e infiltrazioni, ecco che cosa provocò il crollo del ghiacciaio
Marmolada, la perizia: crepacci e infiltrazioni, ecco che cosa provocò il crollo del ghiacciaio


Il crollo avvenuto sulla Marmolada (Alessandro EccelLaPresse)

Il 3 luglio dello scorso anno, quando un’enorme massa di ghiaccio e pietre si staccò dalla Marmolada travolgendo alcune comitive di escursionisti e uccidendo undici persone, il ghiacciaio di Punta Rocca era un’entità fragile, pervasa da profonde crepe, sfiancata dal caldo e attraversata da fiumi d’acqua.


La perizia della Procura di Trento e l’archiviazione

«Le temperature elevate registrate da metà giugno hanno indotto un’intensa fusione superficiale della neve residua, del nevato e del ghiaccio», col risultato che il ghiacciaio in quel periodo avrebbe registrato «una riduzione di circa sette centimetri al giorno». Per capire cos’è accaduto quella mattina di sei mesi fa, occorre partire da qui. Lo dice la perizia sulla base della quale la procura di Trento ha annunciato l’archiviazione dell’inchiesta sulla frana nella quale persero la vita anche sei veneti. La relazione – 45 pagine che raccontano la genesi della tragedia dal punto di vista ingegneristico e scientifico – è firmato dai professori Carlo Baroni (del dipartimento di Scienze della terra dell’Università di Pisa) e Alberto Bellin (facoltà di Ingegneria dell’Università di Trento) con il contributo di altri tre docenti universitari e di un tecnico del Cnr. La perizia ricorda che il «gigante gelato» che abbraccia la Marmolada è malato da molto tempo: «In poco più di trent’anni ha più che dimezzato la sua estensione (…) in soli 10 anni avrebbe perso oltre cinque metri di spessore medio e oltre 7,7 milioni di metri cubi di ghiaccio», come a dire 15 volte il volume del Duomo di Milano.

La Marmolada e il ghiacciaio malato per le alte temperature, ma non solo

Quella di Punta Rocca, dove si è verificato il distacco, è una porzione che (dal 2012) a causa di questi cambiamenti si è separata dal ghiacciaio principale. Anche lì si registra una condizione «di forte disequilibrio» scrivono gli esperti e questo perché la neve che dovrebbe perennemente coprire lo strato di ghiaccio, ormai scompare quasi del tutto sul finire dell’estate. Colpa dell’innalzamento delle temperature che sciolgono il manto. La scorsa estate, a Punta Rocca «la temperatura massima ha raggiunto i 10,7 gradi centigradi», e questo provocò la fusione della neve: si stima che, in 24 ore, su una superficie di 22mila metri quadrati (tale è l’estensione della massa ghiacciata a scavalco tra Veneto e Trentino) «si sarebbero prodotti oltre 32mila metri cubi d’acqua». Eppure la calura estiva in alta quota «non può essere invocata come unica causa del crollo» visto che la temperatura «ha raggiunto sì un valore elevato ma certamente non eccezionale», considerato che nel 2011 il termometro toccò addirittura i 14,2 gradi.

I «bèdiere», i torrenti d’acqua negli strati profondi

A provocate il distacco di quei 6.480 metri cubi di materiale, secondo i periti, è stato un insieme di fattori. Il ghiacciaio in quei giorni era attraversato da «bédière» (veri e propri torrenti d’acqua) e negli strati più profondi erano presenti crepacci e fratture «che contribuiscono ad accrescere la disgregazione del ghiaccio e a facilitare l’infiltrazione delle acque di fusione». Ma se queste sono le condizioni di fragilità che hanno innescato il crollo, alla procura di Trento interessava soprattutto sapere se l’evento potesse essere previsto, anche per valutare eventuali profili di responsabilità.

La conclusione dei periti: «Evento non prevedibile»

Alla base della decisione di archiviare l’inchiesta, c’è il fatto che entrambi i periti concordano: le temperature elevate erano sotto gli occhi di tutti ma nessuno poteva sapere che il ghiacciaio, al suo interno, presentava quelle profonde spaccature. «Ne consegue che sulla base delle conoscenze disponibili l’evento non era prevedibile (…) non è stato possibile identificare elementi che potessero, qualora osservati nei giorni precedenti, suggerire un elevato rischio di crollo imminente».

L’avvertimento agli escursionisti: «Cautela nei mesi caldi»

La relazione si conclude con un avvertimento rivolto a tutti gli escursionisti, che sembra aprire all’ipotesi che in futuro il ghiacciaio possa perdere altri pezzi: «La dolorosa esperienza della Marmolada – scrivono i periti della procura – suggerisce cautela nel frequentare questi ambienti, soprattutto nei mesi più caldi».

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12 gennaio 2023 (modifica il 12 gennaio 2023 | 07:20)

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Written by bourbiza mohamed

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