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tutte le colpe del guru e del chirurgo bresciano- Corriere.it


Il medico Paolo Oneda, condannato in primo grado, si difende: «Le ho consigliato più volte accertamenti diagnostici». La sua compagna, Paola Dora (assolta): «Vita distrutta dalla distorta versione mediatica. Eravamo amiche»

Lei, «fragile e insicura», si sarebbe fidata. E affidata. Fino a morire. Loro, «il maestro» e il chirurgo bresciano, con le rispettive «condotte omissive» — e in una posizione di garanzia — non si sarebbero adoperati per salvarla. Roberta Repetto, insegnante di yoga di 40 anni, originaria di Chiavari, si spense il 9 ottobre 2020 all’ospedale di Genova per un melanoma in metastasi. Per omicidio colposo (e non volontario come chiesto dal pm), per «l’incredibile sottovalutazione del rischio» sono stati condannati in primo grado a 3 anni e quattro mesi il responsabile del centro olistico Anidra a Borzonasca, dove si era trasferita, il «santone» Paolo Bendinelli, e il chirurgo bresciano Paolo Oneda (già in servizio all’ospedale di Manerbio), che il 13 ottobre 2018 asportò un neo sanguinante a Roberta, su un tavolo da cucina, senza anestesia e senza un esame istologico. Stando ai periti, «se fosse stata curata nei diversi stadi della malattia avrebbe potuto guarire o quantomeno avrebbe avuto un maggiore periodo di sopravvivenza».

Per il gup, Alberto Lippini, con quell’operazione, Oneda, «con coscienza e volontà ha posto in essere un intervento al di fuori di ogni protocollo medico senza rispettare le minime garanzie necessarie per la salute della paziente», negandole, di fatto, la possibilità di avere «una corretta diagnosi, una terapia e un’adeguata informazione». Una condotta, la sua, «incompatibile con il ruolo del medico. Aveva l’obbligo di attivarsi per evitare la morte di Roberta». Ma lui, Oneda, dopo aver letto le motivazioni della sentenza, chiede di parlare. E lo fa anche la sua compagna, psicologa, Paola Dora, a sua volta imputata e assolta (le sue condotte possono aver «influenzato» Roberta, ma manca la posizione di garanzia: non era il suo medico personale, era un’amica).

«Una delle cose che più mi ha fatto soffrire e destabilizzato è stato essere accostato anche dai media a visioni della medicina che non mi appartengono», spiega il chirurgo bresciano dicendosi «molto scosso, dispiaciuto». Assicura: «Ho consigliato più volte accertamenti diagnostici a Roberta, che lei ha sempre rifiutato. Quando si era ferita (il riferimento è al nevo che sanguinava, ndr) le avevo detto di andare in pronto soccorso e di fare anche analizzare il tessuto». Per il giudice e i consulenti, però, l’istologico è pura iniziativa dello specialista indipendentemente dalla volontà della paziente, un aspetto, questo, che viene ricordato in sentenza («chirurgo esperto — scrive il giudice — avrebbe dovuto svolgere quell’intervento nei tempi e nei modi dovuti e sottoporre il nevo all’esame istologico»). Oltre «al grande dolore per la morte di Roberta e per i giorni in prigione e i mesi ai domiciliari, la versione e pressione mediatica ha condizionato pesantemente la mia vita familiare e professionale, che sono le due cose per me più importanti», aggiunge il chirurgo.

Non è facile nemmeno per la compagna, anzi. «È difficile esprimermi dopo questi ultimi tre anni di grande fatica, nella mia vita personale e professionale. Eravamo amiche. Roberta era forte, determinata, carismatica a riservata e mi criticava perché condividevo alcune mie fragilità, o i sintomi e le diagnosi mediche, con le persone care e con i miei colleghi» spiega. Lei, in primo grado, è stata assolta. «Ho potuto dimostrarlo, ma questo non allieva il mio dolore per la perdita di Roberta, così come la mia fatica». Anche a causa, dice «della gogna mediatica e dei racconti distorti su di noi, ma anche su Roberta».

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26 febbraio 2023 (modifica il 26 febbraio 2023 | 12:11)



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Written by bourbiza mohamed

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