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Viaggio nell’anima | Corriere.it


di Vladimiro Bottone

Alla ricerca dei crocevia dove si uniscono quegli opposti che rivelano il nostro essere. «Italia sacra, straordinaria e misteriosa» di Luigi Ferraiuolo

Esiste un’Italia degli ottomila campanili, piazze, torri, chiese in cui ogni centro abitato, si può dire, celebra e fa rifulgere al sole almeno un gioiello. Un gioiello di arte, storia e gusto che può tramutarlo, agli occhi del visitatore, in un piccolo centro del mondo. Questo Paese dalle innumerevoli capitali dell’arte presenta, poi, un suo contraltare segreto. Un rovescio composto da luoghi di devozione poco battuti, culti semi-sconosciuti, eredità storiche messe ai margini degli itinerari e dei flussi turistici mainstream. Ovvero quell’«Italia sacra, straordinaria e misteriosa» (San Paolo edizioni) che è da sempre al centro degli interessi profondi di Luigi Ferraiuolo, giornalista globe trotter che dichiara la propria vocazione nel toccante sottotitolo apposto al volume. In quel «Viaggio per esploratori dell’anima», dove l’anima appartiene tanto al viaggiatore aperto all’insolito, quanto al genius loci che si manifesta con i suoi lampi inattesi.

È proprio in questo senso che il libro di Ferraiuolo si differenzia dalle spesso stucchevoli guide – digitali e cartacee – abitualmente in commercio. Guide che si limitano, in linea generale, a un’illustrazione risaputa o stereotipa di luoghi canonici della Storia dell’Arte italiana, semplificati non di rado a luoghi comuni. A questo destino il testo di Ferraiuolo sfugge in modo programmatico essendo non guida ma, appunto, resoconto di molteplici viaggi retti dal filo rosso di uno spirito da pellegrino. Un pellegrino che sa svariare dalle altitudini della Sacra di San Michele o del santuario di Montevergine per inabissarsi, il capitolo dopo, nel sottosuolo di cripte palermitane o fra gli scavi di un mitreo nell’alto casertano. Un pellegrino laico che sa alternare la materialità di monumenti, luoghi, opere d’arte con l’immaterialità di devozioni, ritualità, culti. Ed ecco così che l’occhio ricettivo dell’autore ci instrada, nel suo cammino, fra la Sacra Sindone e i mamuthones di Mamoiada; fra il mostruoso giardino di Bomarzo e la danza dei coltelli a Torrepaduli; fra i riti sanguinosi di Guardia Sanframondi e l’abbazia di San Galgano, con le sue invisibili ramificazioni che portano fino alla saga di re Artù.

Inutile dire, però, che i passi più toccanti nel lungo itinerario sgranato da Ferraiuolo vengono conseguiti quando si arriva ai punti di giunzione dove materiale e immateriale si fondono. Ovvero quando le due dimensioni giungono a simbiosi e delle pratiche ancestrali diventano indissociabili dalla suggestione, ugualmente immemoriale, del luogo fisico in cui esse si svolgono. In quei casi, come accennavo prima, sembra realmente avere luogo quel passaggio biunivoco fra i due mondi che, credo, Ferraiuolo chiami appunto «anima».

È quanto a me, forse per motivi sentimentali e autobiografici, sembra realizzarsi con particolare pregnanza nel caso del cimitero delle Fontanelle. Il gigantesco ossario destinato a raccogliere i resti di circa quarantamila individui, vittime della grande peste del 1656, poi del colera sopraggiunto a Napoli nel 1836. Le cosiddette «anime pezzentelle» che hanno le sembianze di crani, tibie, femori accatastati in una terra non consacrata ed in modo anonimo. Lì, come non mai, l’immateriale dell’anima si rovescia e quasi si nega nella violenta, sconsacrata forma dell’ossame, della materia spolpata fino alla sua essenza ultima e più scabra. Lì l’alterità sconvolgente della morte viene umanizzata nelle forme di uno scambio che rende i defunti parte del mondo umano, trasformando i superstiti in interlocutori dell’invisibile. È il do ut des, la socialità intrinseca all’aiuto reciproco fra vivi e non più viventi. Al teschio in qualche modo adottato si abbina un nome, ovvero quell’appellativo che estrae ogni individuo dall’indistinto, dalla massa. Ai poveri resti viene associata una storia individuale e immaginifica, un ruolo sociale o sentimentale. In cambio, la tradizione vuole che il vivo adottante riceva dal defunto – in quella terra di mezzo rappresentata dal sogno – ispirazioni e segni per i numeri da puntare al Lotto.

I morti parlano una lingua a noi estranea tanto quanto ci è aliena la loro condizione; il codice culturale della Smorfia ci fornisce un tentativo di traduzione del messaggio. Un messaggio che può arricchire chi sa intendere. Vale a dire colui il quale, come Ferraiuolo, fa della propria esistenza una ricerca dei crocevia dove si congiungono quegli opposti che, finalmente, possono rivelare ognuno di noi a se stesso.

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29 dicembre 2022 2022 ( modifica il 29 dicembre 2022 2022 | 21:40)





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Written by bourbiza mohamed

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