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Cristiana Pace, ingegnere e innovatrice: dai sistemi di sicurezza in F1 alla batteria in FE


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Dietro la Formula E, c’è una donna, ed è un’italiana. Ingegnere gestionale, indirizzo meccanico, ha passato più di 20 anni nei circuiti di Formula 1 a occuparsi dello sviluppo dei sistemi di sicurezza. Data analyst e technology developer per la Federation International De L’Automobile (FIA). Ha poi trasferito le tecnologie della Formula 1 anche fuori dagli autodromi. Nel 2013 ha guidato il progetto per i primi modelli di batterie per monoposto elettriche. Un’invenzione che permetterà al campionato di Formula E di decollare, un anno dopo, nel 2014.

Nel 2015 è tornata sui banchi di scuola. Ha fatto un dottorato di ricerca sulla sostenibilità e a 40 anni ha cambiato vita. Lei è Cristiana Pace, oggi vive a Silverstone in Inghilterra, è founder e Ceo di Enovation Consulting, la sua company: analizza e elabora i dati per aiutare le aziende sportive a sviluppare strategie per essere sempre più sostenibili. Tra i suoi clienti ci sono team di Formula 1, Formula E, circuiti nazionali e internazionali, e il Club calcistico AS Roma.  “C’è una frase molto significativa che dice: il 25% delle persone crede alla scienza, mentre il 70% crede allo sport. Se lo sport riuscisse a dare l’esempio e veicolare un messaggio sulla sostenibilità, potremmo cambiare il mondo: questa è la mia visione”

Di Rieti, liceo sperimentale scientifico, il desiderio da sempre di diventare ingegnere aereonautico. “Ma in quegli anni era ancora una scelta preclusa a una donna”. Si laurea a Bologna in ingegneria gestionale. A 20 anni è già all’autodromo di Imola a fare i primi lavori di verifica tecnica. A 21 anni lavora sulla Euro 3000, la monoposto lanciata da Pier Luigi Corbari, ex direttore sportivo dell’Alfa Romeo e vivaio di piloti F1 di fama mondiale come Filipe Massa. “È stato il mio primo mentore, il mio secondo papà. L’uomo che mi disse: farai fatica perché sei donna, ma tieni la testa bassa, lavora e fai vedere che sei capace. In quel momento i pregiudizi crolleranno come un castello di carta”. E così è stato.

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Un master le cambia la vita: si iscrive a ingegneria del motorsport alla Cranfield University, sede in Inghilterra in una ex base militare, che offre solo master di altissimo livello e dove per professori trovi i piu grandi esperti del mondo. “Durante quell’anno sono entrata nel team francese GT JMB come ingegnere di pista. Era il team ufficiale della Ferrari. Abbiamo vinto il campionato GT con una Ferrari 550, arrivando secondi in N-GT con Bartolini e De Simone”. In quell’anno è anche ingegnere di strategia alla 24 ore di Le Mans…

L’idea era quella di rientrare in Italia a settembre, finito il master. “Ma ciò che l’Italia mi offriva nel 2002 non mi avrebbe fatto crescere. Ho deciso di rimanere in Inghilterra e fare un colloquio con una startup di Magneti Marelli, allora M Motorsport”. La prendono e la mettono in pista in Formula 1 per aiutare la Fia a scaricare dati (data logger).

 

10 anni in Formula 1 e Cristiana Pace lavora con grandi maestri,  sviluppa sistemi di sicurezza incredibili, come una forma di GPS ante litteram, per vedere su uno schermo in che punto del circuito si trovava la macchina. Il tanto usato Marshalling System. Nel 2007 durante una cena, Charlie Whiting, storico direttore di gara della FIA, le dice: c’è sempre un problema con le bandiere. I pioti dicono di non vederle mai. Mi piacerebbe avere un sistema per poter chiedere loro se le hanno viste. Detto, fatto. Cristiana e un team di ingegneri lo realizza: nascono cosi le bandiere elettroniche. Sua anche l’idea della tecnologia che crea il link tra la medical car e la vettura: se succede un incidente, il medico all’interno della car sa in tempo reale le condizioni del pilota, com’è il battito, la pressione e altre funzioni vitali.

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Invenzioni bellissime che portano Cristiana sotto i riflettori. A questo punto, Frank Williams, fondatore della scuderia Williams Racing Cars, la chiama per una proposta.

 

“Vuoi creare il Williams Advanced Engineering, lo spin-off tecnologico di Williams Formula 1? Usiamo la tecnologia sviluppata nei circuiti e nelle macchine di Formula 1 in altri settori, come quello medico”.  Entra come impiegato numero 2, in poco tempo si ritrova a guidare un’azienda con centinaia di persone.  “Abbiamo creato invenzioni per la sanità nazionale inglese, come un’incubatrice che usa la tecnologia delle sospensioni attive di Formula 1 per trasportare in ambulanza neonati prematuri senza far sentire loro le vibrazioni. Sistemi per curare i diabetici da remoto e altre cose importanti”.

Il progetto delle batteria di Formula E è nato da un “simpatico incidente” con il fornitore scelto che poi non è stato in grado di consegnare il lavoro. “Il mondo del motorsport è piccolo. Fred Vasser (allora Spark) sapeva che in Williams Advanced Engineering avevamo la tecnologia per produrre batterie (sia F1, quelle del KERS sia automotive come quella della Jaguar CX-75 di James Bond). Mi hanno contattata chiedendo aiuto. Ho lavorato con il mio team su quello che poteva servire, la Williams mi ha dato l’ok e sono partita. Senza questa batteria, il campionato sarebbe naufragato”.

 

Nel 2015, cambia vita. Decide di tornare all’università a fare un dottorato sulla sostenibilità. “Tutti mi dicevano: è un trend, sparirà. Volevo essere pronta a dimostrare che la sostenibilità era importante anche all’industria sportiva e al Motorsport”. Sta ancora facendo ricerca quando l’allora ex presidente della FIA, Jean Todt, la chiama per una consulenza: “Doveva andare a Davos al World Economic Forum a parlare di sostenibilità. Voleva capire. Ho guidato il suo Dipartimento sport in quella che poi nel 2020 è stata pubblicata come la Strategia ambientale Fia(FIA Environmental Strategy).  Ho capito che c’era spazio e nel 2018 ho fondato la mia azienda. Siamo una “data driven consulting”, non facciamo sportwashing. Analizziamo i dati e su questi costruiamo strategie di sostenibilità, con target di riduzione e di miglioramento seguendo il protocollo ESG”

 

Di Rieti, appassionata da sempre di innovazione. “Mio padre lavorava in Texas Instruments, dove già negli anni 80 regnava la cultura americana. C’era il “Bring your kids to work day”, il giorno in cui tutti potevano portare i figli al lavoro. Avevo 8 anni e andavo a vedere cosa faceva mio padre e rimanevo affascinata da tutta quella tecnologia. A 9 anni avevamo già a casa i giochi elettronici e il computer, come il TI-99 4.

 

“Ero quella che a casa aggiustava le cose che mio fratello rompeva. Ho sempre voluto fare l’ingegnere. Ma già a 14 anni ho capito che non sarebbe stato facile. Alle scuole medie ho preso 4 in un tema perché ho scritto cosa volevo fare da grande. La professoressa mi disse senza mezze parole: “non potrai fare l’ingegnere. Se a una donna piace la matematica, può fare solo l’insegnante”. Quando facevo i primi test in Formula 1, i meccanici non mi permettevano di toccare la macchina “perché portava sfortuna”. C’erano le ragazze ombrellino come stereotipo. Non era pensabile che una donna fosse ingegnere e potesse scaricare i dati, controllare che il tuo software fosse a posto e capire di assetto ed elettronica. Ora che ho più di 45 anni quello che voglio fare è cercare di aiutare altre ragazze a seguire questa strada”.

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Pace è ambasciatrice di un programma della FIA che si chiama FIA Girls on Track: va nelle scuole a insegnare coding e a parlare di ingegneria, matematica, scienze, insieme a macchine da corsa, dottoresse che lavorano in autodromo per creare role-model nuove.

Che cosa ha fatto la differenza per te? “Sono ‘picciosa’ si dice dalle mie parti. Se qualcuno mi dice che non si può fare, io faccio di tutto per dimostrarti che si può. Ho sempre avuto intorno persone che mi hanno aiutato tantissimo a capire. I miei mentori: Pierluigi Corbari, l’ingegner Luca Chinni, Charlie Whiting e Mike O’Driscoll, oltre al mio papà.  Facevo mille domande, girano con un taccuino nero per prendere appunti. Sono sempre stata supportata dai miei mentori.

 

“Ho un marito meccanico. 15 anni fa volevano licenziarmi perché lui lavorava in un team concorrente. Charlie Whiting mi ha difeso davanti a tutti, dimostrandomi totale fiducia. Dopo questo fatto, mio marito ha deciso di lasciare la Formula 1 e permettermi di fare carriera. Ero incinta, i primi anni a casa li ha fatti lui, così io ho potuto continuare a viaggiare. Poi quando il nostro primo figlio è diventato più grande, lui ha ricominciato a lavorare e ha fatto una bellissima carriera. Oggi è managing director di uno dei team di formule minori più grandi d’Europa. La maggior parte dei piloti in F1 e FE sono passati da lui. Abbiamo tre figli maschi di 15-12 e 7 anni. Il segreto? Trasformare la coppia in un team”

 

Cosa insegna la tua storia? “Che se hai un sogno devi perseverare, superare i blocchi e cercare di seguirlo. E poi puoi sempre decidere di cambiare la carriera. A 40 anni ho deciso fare un dottorato per portare la sostenibilità nel Motorsport”. Nel 2022 Cristiana ha vinto il premio Grace influential positive impact Award, ed è diventata ambasciatrice di questo programma, ideato da The Princess Grace Foundation (la fondazione della principessa Grace di Monaco)  per i suoi meriti e sforzi nel campo della sostenibilità dello sport.

 

Nel 2021 Cristiana è stata anche nominata tra le top 50 ingegneri donne dal Guardian e dalla associazione delle donne ingeneri, in UK, per un dispositivo che lei e altri ingegneri di F1 hanno progettato insieme all’ospedale di Oxford, per evitare la contaminazione dei medici durante il Covid19.  “Non mi ritengo una Beautiful Mind. Ce ne sono tantissime in Italia ma purtroppo nel nostro Paese non c’era, almeno nel 2002, la cultura adatta. Siamo piante pronte a fiorire dove c’è il terreno giusto. Quando ho deciso di andare via, l’Italia non era ancora equipaggiata per essere quel terreno dove potevano crescere tante Beautiful Minds. Oggi? È cambiata, ma c’è ancora molto da fare. E sono fiduciosa”.



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Written by bourbiza mohamed

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